Mario Ancillotti

Una mia testimonianza
La mia conoscenza con Conrad Klemm è stata graduale e lenta. Risale agli anni 70, quando ambedue stavamo a Roma, lui come 1° flauto dell’Orchestra di Santa Cecilia, io come 1° flauto dell’Orchestra di Roma della Rai. Le occasioni di frequentarsi non furono molte, ma per me era già un modello importante a cui guardavo con grande interesse per la sua eleganza innata nel suonare e nel condurre una vita artistica e musicale forse un po’ appartata, ma intelligente e coerente con le sue idee.
Nonostante la poca consuetudine con lui, ho sentito forte il bisogno di partecipare al suo dramma quando seppi della sua malattia che gli impedì di continuare a suonare, lui così grande flautista, e ricordo la risposta quasi sorpresa, in cui mi confidava che in questi momenti si scoprono davvero le persone.
Ma solo più tardi ho avuto maggiori occasioni di conoscenza, sia a Firenze, quando ero insegnante ai Corsi Speciali della Scuola di Musica di Fiesole, sia, ancora meglio e di più, a Lugano come docente del locale Conservatorio.
In quelle occasioni lui mi aiutò come esperto negli esami finali degli allievi. E mi colpì la sua particolare maniera di osservare nel flautista tutta una serie di cose che al primo momento a me parvero extramusicali, come la posizione, la maniera di muoversi, di tenere il collo, le braccia, il flauto. Tutto ciò prima ancora che l’allievo suonasse.
Mi colpiva anche come poi giustificasse certi errori e difetti, non solo con una scarsa sensibilità musicale, o con sbagli interpretativi o di lettura, ma come imprecisioni o improprietà psicofisiologiche. Imparai da lui come per suonare bene uno strumento sia imprescindibile un giusto e corretto atteggiamento psicofisico. Solo dopo di esso si può parlare di sensibilità musicale, di qualità interpretative, tecniche, etc. Tutte queste sono esprimibili solo se il primo è fondamentalmente corretto. E come al migliore atteggiamento psicofisico possa corrispondere la capacità di approfondire la propria sensibilità musicale oltre che la propria abilità tecnica.
E’ stato un grande insegnamento ed è passato attraverso osservazioni minuziose sulla respirazione, sul rilassamento, sulla posizione, sulla maniera di entrare in pubblico, di muoversi, di guardare i propri partner, oltre che, naturalmente, di come venivano superate le difficoltà tecniche e musicali. Direi che è più che un esperto ho avuto accanto una persona che mi ha aiutato ed insegnato alcune cose fondamentali che conservo e metto in pratica giornalmente. Ha seguito i miei esami a Lugano per più di
dieci anni, e sotto il suo punto di osservazione sono passati molti miei allievi, alcuni dei quali sono poi diventati considerevoli flautisti, che hanno ricevuto le sue impressioni e i suoi suggerimenti.
Potrei citare alcuni episodi, alcuni molto significativi, ma penso che non è stato attraverso alcuni particolari che ho compreso la profonda conoscenza, sapienza e umanità di Conrad Klemm, ma piuttosto attraverso l’osservazione globale e generale di come si avvicinava al giudizio che poi si è rivelato sempre giusto e profondo.
Gli sono grato, e molto, per tutto ciò che mi ha insegnato e che rimane nel patrimonio di ogni musicista che vorrà conoscere la sua filosofia.
Mario Ancillotti

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È mio desiderio coinvolgere coloro che possono rappresentare Conrad Klemm attraverso racconti di esperienze vissute insieme a lui, siano esse professionali, di vita, affetti e condivisione di amicizie.
Sarà mia personale premura accogliere il racconto di chi lo ha incontrato, conosciuto e apprezzato.

Serena Klemm-Bussola