Pino Nese

E’ per me emozionante ed allo stesso tempo impegnativo parlare del Maestro, con la emme maiuscola, il Maestro quale lui veramente era.
Il Maestro che rivive nelle innumerevoli generazioni di artisti che ha formato e che continuano ad impartire i suoi insegnamenti in tutto il mondo.
Il Maestro parlava con i suoi silenzi, i suoi sguardi, i movimenti delle sue mani chiari e forti ad indicarti la via. Le parole che pronunciava erano solo quelle che servivano, precise ed essenziali.
Io sono, forse, l’unico allievo italiano che si è trasferito a Winterthur verso la fine degli anni ’80 per studiare al Conservatorio con lui, venivo da molto lontano (Campobasso) ed avevo bisogno di un impegno in sede maggiore. Lui dopo un semestre mi disse “Pino tu puoi fare, ma non è possibile raggiungere dei buoni risultati con questo sistema di vita”. Io insegnavo a Roma nelle scuole medie e partivo la sera del venerdì o sabato trascorrevo tutta la notte in treno poi alle ore 8, massimo le 9 andavo a lezione un paio d’ore a casa sua e poi ripartivo. A volte arrivavo a Roma alle 7.30 e alle 8 ero in classe per ricominciare la settimana, quindi il tempo che mi rimaneva per studiare seriamente era poco ed infruttuoso per la stanchezza pregressa. Così, dopo quelle sue parole, con i dubbi di molti tranne i miei, mi licenzio da scuola e vado su in Svizzera (con pochi soldi e senza lavoro, disposto a fare qualunque lavoro mi si offrisse). Ma si vede che quello era il disegno divino, dopo neanche una settimana dal mio arrivo la provvidenza mi offrì un lavoro nella scuola media italiana a Winterthur e quindi andò tutto benissimo. Avevo coronato il mio sogno di studiare veramente con lui, ogni settimana. Però sto parlando di me, non di lui. Ma forse questo spiega quanto era ed è importante per me.
Il vivere a Winterthur mi ha consentito di avere un rapporto diverso col Maestro, potevo vederlo anche in momenti extra-scolastici, potevo vivere tutte le attività che svolgeva con la sua classe, e che classe formata da italiani, tedeschi, svizzeri, giapponesi, uno più bravo dell’altro.
Per me quando squillava il telefono ed all’altro capo era il maestro che mi invitava ad un concerto, ad una cena in un ristorante tipico nella campagna di Winterthur, una passeggiata in montagna, era una gioia immensa. Imparavo sempre tanto da lui e ti sentivi piccolo-piccolo in tutto.
Io ho tanti ricordi delle sue lezioni, ma quello che mi è rimasto impresso più di tutto è che lui quando ti dava lezioni diceva sempre la parola “penso”. “Io penso…” , un grande Maestro come lui che era in grado di leggere la tua anima, di conoscere il tuo potenziale più di te stesso, che ti anticipava gli errori e così via, diceva “sai, Io penso che…”. In questo “penso” era racchiusa tutta la sua modestia, la sua coscienza e consapevolezza che le strade erano tante, il vero Maestro. Sempre autorevole ma allo stesso tempo tanta umiltà in quello che diceva e faceva, non ricordo una volta che avesse criticato qualcuno. Aveva un autocontrollo pazzesco durante le lezioni, non si arrabbiava mai e ti assicuro che le occasioni non mancavano. Ora che sto dall’altra parte posso dire che a volte è duro mantenere il controllo. Lui era sempre entusiasta, sorridente, era incredibile l’energia che emanava in qualunque momento del giorno, eppure aveva un grande nemico silenzioso e subdolo da combattere. Una volta sola perse la pazienza con me ad una lezione in cui suonavo in modo non adeguato per non dire male la sonatina di Henze. E poi seppi che dopo la mia lezione sarebbe andato al funerale del suo maestro A, Jaunet a Zurigo, era molto triste quel giorno e si vedeva che era provato da qualcosa di grande e non riusciva a sopportare uno studentello che aveva studiato poco.
Un’altra volta gli chiesi “Maestro ma perché lei che è veramente il Maestro conclamato, riconosciuto, con una grande schiera di allievi non ha mai scritto un metodo, un libro” e lui mi rispose “ perchè Pino quello che so l’ho imparato da altri, quello che so mi è stato insegnato”. Altra lezione di modestia.
Le lezioni erano una continua ricerca dell’interazione corpo e risultato musicale, una strada diversa dalla norma, innovativa, che attraverso il giusto utilizzo del corpo e della sua energia creava la musica. Per lui la musica sviluppava la tecnica passando per il pensiero. Chiunque abbia studiato con lui ha sentito le parole “non fare solo pensare”, in tal modo si raggiungeva il giusto equilibrio musicale. La grandezza di Klemm “insegnante” stava nel fatto che non ti insegnava la tecnica flautistica fine a se stessa, per lui un musicista era colui che suonava il flauto ed aveva come obiettivo solo la musica. La condizione di non poter suonare alle lezioni è stato didatticamente per Conrad Klemm una risorsa, perché essendo stato lui inimitabile, ogni suo allievo ha sviluppato una autonoma e personale identità timbrico-sonora, un suono unico, pur conservando una filosofia ed una dimensione musicale unitaria, quindi una “scuola”. In questo sta la forza del suo insegnamento, il motivo perché tutti cercavano di studiare con lui, perché non modificava il tuo modo di essere, migliorava solo le tue capacità interpretative. Ti dava tutto, ti trasmetteva tutta la sua conoscenza con passione, senza filtri, perché tu eri, nelle sue mani, quasi il flauto che lui non poteva più suonare.
In ogni lezione si sperimentavano strade nuove, magari opposte a quelle percorse la settimana precedente, fino a raggiungere l’obiettivo. Ricordo il dopo lezione, con grande emozione e rivivendo il fermento interiore e gli innumerevoli interrogativi che ti aveva stimolato durante la stessa. Il percorso dal conservatorio a casa erano densi di pensieri, ragionamenti, tentativi di capire e fare quello che ti chiedeva il Maestro. Cercare la strada, le strade per ottenere il risultato ambito. E tu camminavi cercando di controllare questo groviglio di emozioni e non vedevi l’ora di arrivare a casa per riprendere il flauto ed iniziare a sperimentare questa nuova indicazione che ti veniva dal Maestro. Il colmo è che mentre mettevi ordine nei tuoi pensieri, cercavi di capire cosa voleva il Maestro, e strada facendo i concetti diventavano più chiari e la nebbia si diradava, aprivi la porta di casa e sentivi il telefono squillare, all’altro capo c’era il Maestro che ti diceva “ciao Pino io ho pensato che…” e ripiombavi nel labirinto e la ricerca cominciava da capo. Era bellissimo sapere, percepire che il Maestro ti pensava anche a lezione finita e continuava a cercare per te e come te una via da consigliarti per risolvere un problema o ottenere un risultato. Ogni lezione era un’avventura mi chiedevo, chissà quando verrà il giorno in cui potrò fare una lezione e non sentirti al suo cospetto un imbecille perché non avevi visto nella partitura cose chiarissime quando te le indicava lui. Lui non poteva suonare e facevano tutto le sue parole, le sue mani, i suoi occhi e la sua voce. Davanti a lui, dopo una piccola enunciazione vocale, l’inciso prima la farse poi diventava facilissima da suonare, poi a casa era una lotta per ritrovare quel fraseggio nel tuo spirito. Finivo le lezioni cercando di non dimenticare quella voce, quella melodia e correvi a casa per riprodurla mille volte prima di smarrirla. Ogni lezione era il contrario della precedente, a volte non ti spiegavi perché dopo aver trascorso una settimana ad apprendere una tecnica, la settimana dopo ti chiedeva l’opposto e così via. Ora lo so. Grazie a queste ricerche, sperimentazioni, sono diventato duttile e posso indirizzare il mio corpo, il mio suono, le mie emozioni, e la mia musica verso ciò che desidero, sempre tenendo al centro la musica, il piacere e la libertà di esprimersi attraverso il suo famoso “suono libero”.
E’ un grande Maestro, ma forse era soprattutto un grande uomo. In tanti anni non l’ho sentito mai parlare della sua malattia, di questa lotta interiore che intratteneva con il mostro. Solo negli ultimi tempi mi chiedeva sempre come stava un mio amico che lui conosceva e che sta lottando con lo stesso male.
L’unica volta che l’ho sentito dire “Pino sto un po’ giù!” è stato nell’ultima telefonata che gli feci in occasione del suo ultimo Natale e pochi giorni dopo ci ha lasciato.
Io quando penso a lui lo paragono, per la mia personale esperienza che sicura-mente non ha nulla a che fare con l’obiettivo del reportage, a qualche santo che ha fatto più rumore da morto che da vivo. Io lo sento molto più vicino ora, lo sento nei miei concerti, lo vedo con il suo volto critico ma rassicurante. Penso cosa avrebbe detto o pensato il maestro e vengono le risposte alle mie domande.

Pino Nese

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Serena Klemm-Bussola