Carlo Moretti
Como, 21 novembre 2011
Se mi chiedessero in tre parole di descrivere Conrad Klemm potrei rispondere: grande musicista; eleganza; umanità.
Ho avuto il privilegio di conoscere il Mestro Klemm ed ora mi sento altrettanto privilegiato a far memoria e poter testimoniare la sua grandezza musicale e umana.
Conobbi il Maestro nel 2004 dopo essermi diplomato al conservatorio con Nicola Guidetti, suo allievo: ho un ricordo indelebile di quella sua prima lezione, ne uscii entusiasta come se mi avessero aperto una finestra davanti e mi si fosse finalmente aperto davanti agli occhi un panorama.
Gli feci ascoltare la sonata in Mi minore di Bach: inizió subito ad annotarmi molte cose tra articolazioni, accenti, respiri ecc…Man mano che la lezione proseguiva capivo che lui stava cercando di “vestirmi” il pezzo. Senza perdersi in lunghe chiacchierate mi stava studiando per portarmi a fare musica senza distruggere ció che ero. Era molto attento ed esigente sullo stile e il fraseggio. Mi sistemava le braccia, le spalle, l’embochure, la testa, il collo, le mani e man mano che raggiungevo l’equilibrio il suono migliorava da solo.
Una volta migliorato l’equilibrio, mi dirigeva e io mi immergevo in un’atmosfera unica e mi sentivo “suonato” da Klemm. Questa è l’impressione che ho sempre avuto: lui mi suonava.
Nelle molte lezioni fatte insieme negli anni a seguire, Klemm mi ha portato ad una maggior consapevolezza di me, della musica e dello strumento.
Forse una piccola percentuale del suo grande essere l’ho assorbito, ma sentivo che 100 anni non mi sarebbero bastati per apprendere tutta la sua arte.
Non ricordo una sola lezione in cui lo vidi distratto, stanco o di poca voglia. Nel suo modo di insegnare aveva un grande rispetto per l’allievo. Sempre paziente e puntuale non perdeva mai la pazienza, se non in qualche raro ma utile caso, come un padre che sgrida il figlio quando l’ha fatta grossa, e durante le lezioni inaspettatamente esplodeva esultando “Siii!” quando anche solo per un istante riuscivo a realizzare precisamente ció che mi stava chiedendo, sembrava che seguisse la lezione in modo viscerale.
Al termine delle due ore di lezione era sempre fresco e sembrava non volesse mai finire, mi dava tanti consigli, mi ricordava gli errori commessi durante la lezione e come un mantra mi ricordava: “Non spingere!”; “Non aggredire lo strumento!”; “Lo strumento è il nostro corpo, il flauto è solo un amplificatore!”.
Mi accompagnava sempre fino alla porta d’uscita e, fino a che non era chiusa, mi ripeteva le sue raccomandazioni: “Studia bene ma non studiare troppo”, e poi quel gesto con la mano come per descrivere una frase musicale e quell’alito sonoro di aria che faceva ogni volta per farmi capire “non spingere”.
L’ho visto lavorare con tanti altri allievi e su tutti, ma proprio tutti, riusciva a compiere qualche piccolo miracolo, non l’ho visto mai andare a tentativi o confondere le idee ad un allievo.
Aveva grande rispetto di ogni allievo. Per apportare dei cambiamenti nel modo di suonare non aveva una approccio distruttivo ma rispettava molto la fisicità e la personalità dei suoi allievi.
Riusciva a lavorare contemporaneamente musica, suono e tecnica come elementi inscindibili. Certamente chiedeva di studiare a casa le scale, gli arpeggi, i salti legati ecc…ma durante la lezione era in grado di farti capire che il piú delle volte per risolvere un problema era necessaria un’intelligenza musicale.
Alcune delle sue indicazioni che mi sono rimaste piú impresse:
“Non pensar di suonare tutte le note, non sono tutte importanti allo stesso modo” (Bach sonata MI magg); “Devi avere un suono snello ed essere elegante” (Concerti Mozart); “Pensalo ma non farlo” (per trovare la misura giusta nell’applicare alcune sue indicazioni); “Non aggredire lo strumento, rispettalo, se il compositore avesse voluto il suono di un trombone non avrebbe scritto per flauto”.
Nel suo pensiero musicale si percepivano una grande maturità e un grande lavoro di analisi.
Attentissimo al buon gusto, scriveva molto sulla parte per fissare in forma grafica tutte le sue indicazioni per rispettare lo stile in modo elegante. Utilizzava anche alcuni simboli non convenzionali, inventati da lui ma molto intuitivi, per descrivere graficamente il suono, un appoggio o un’articolazione particolare.
Ricordo un aneddoto simpatico. Avevo dimenticato la matita e lui cominció a cercarne una per casa e tornó nel salotto dove facevamo lezione con un pastello fucsia, spiegando che non aveva trovato altro. Conservo con molto affetto gli spartiti utilizzati quel giorno, tutti segnati in fucsia.
Nutriva una certa predilezione per Mozart, lo sentiva piú di ogni altro compositore. Una lezione su Mozart con lui era una scoperta ogni volta. Credo che non abbia mai smesso di studiarlo e una volta mi ha espresso il suo dispiacere nel non potermi far ascoltare ció che aveva in mente.
A ottobre del 2005, in una sua mastreclass al conservatorio di Livorno organizzata da Stefano Agostini, l’ho visto far lezione a dei bambini con una semplicità ed un’efficacia incredibili.
Credo che la sua universalità come didatta fosse data dalla sua grande consapevolezza del corpo, della mente e di come siamo fatti tutti noi. Riusciva ad arrivare al cuore di ogni problema ed a risolverlo senza le troppe scappatoie che spesso molti insegnanti usano non rendendosi conto che si tratta di sensazioni troppo personali (es.pensa al rosso, pensa a questo, pensa a quello).
Lo studio e la pratica della tecnica Alexander , che da sempre lo hanno accompagnato sono divenuti uno strumento indispensabile nelle sue lezioni.
Per due anni decisi di abbinare le lezioni di flauto con quelle di tecnica Alexander e dal quel momento iniziai a prendere molta piú consapevolezza di me e a studiare in modo differente. Facevamo 45/60 minuti di Alexander e un’ora di lezione, iniziando sempre dalla tecnica Alexander. Ricordo in modo molto nitido la lezione in cui mi pose in mano il flauto mentre ero ancora sdraiato sul tavolo e mi fece suonare la prima nota di “Piéce” di Ibert che stavo studiando proprio in quel periodo. Ricordo quel suono: un velluto con un vibrato seducente, 2 secondi di suono che ricordo come se fossero un concerto intero.
Quel giorno capii veramente che dovevo mettere in condizione il mio corpo di esprimersi, molto semplicemente di lasciargli fare ció che doveva fare: un obiettivo non facile perché le emozioni e le ansie in un’esibizione prendono spesso il sopravvento, per non parlare del freddo di alcuni teatri o le migliaia di variabili che possono interferire e destabilizzarci in un concerto.
Ricordo che, a tal proposito, mi diceva “pensa sempre alle frasi”: ammetto di non aver capito subito cosa intendesse ma, negli anni, questa frase mi ha accompagnato nei momenti di difficoltà flautistica e di calo di forma.
Sempre a tal proposito, un giorno mi raccontó di un suo concerto da solista a Berlino, mi disse: “…È difficile restare morbidi e respirare bene, suonavano altissimi d’intonazione, quel giorno a Berlino arrivai a fine concerto che avevo il labbro spaccato, bisogna pensare al fraseggio…”.
Credo volesse farmi capire che è possibile fare bene anche in condizioni pessime, e quella frase “pensa al fraseggio” era un modo per farmi stare attento alla respirazione e all’emissione senza farmi dimenticare di far musica.
La mia memoria è molto legata a Klemm anche per l’affetto che provo per lui e la sua famiglia. Prendendo lezioni principalmente a casa sua, ho felicemente avuto la possibilità di conoscerlo umanamente da vicino.
Era un uomo saggio, non era un chiacchierone e credo che non gli piacessero neanche le persone troppo “rumorose”. Aveva sempre una parola bella verso tutte le persone che stimava e sempre un modo saggio di incoraggiarti.
Amava la vita e tutto ció che essa gli poteva dare, una piacevole compagnia a tavola con del buon vino e parlare della bellezza delle cose.
Era sempre molto tenero verso i suoi bambini che spesso facevano irruzione durante le lezioni, ma non li mandava mai via, anzi era molto contento se rimanevano. Alcune lezioni erano accompagnate da LEGO o macchinine ma era sicuramente un modo per cercare la concentrazione.
Spesso, soprattutto negli ultimi mesi, mi invitava a rimanere a pranzo o a cena e non ho mai rifiutato perché per me era sempre un piacere. La sua casa era ricca di una bella energia.
Poche settimane prima di riscoprire la sua malattia feci la mia ultima lezione con lui.
Gli portai Enesco, mi disse “Bene! Finalmente hai capito delle cose cosi te ne potró chiedere delle altre”.
Se penso che è stata la sua ultima o penultima lezione e queste erano le sue parole mi si stringe il cuore e penso che voleva proprio lasciare cosi il mondo, con un capitolo aperto. Un capitolo che dovremo continuare tutti noi che l’abbiamo conosciuto e che abbiamo imparato la sua arte.
Un’arte che merita di essere continuata.
Dopo quella volta sono tornato a far visita al Maestro. Era provato dalla malattia, si stancava a muoversi ma non si lasciava andare. Era ancora forte.
L’ultima volta che l’ho visto ho guardato una partita di tennis con lui, giocava Federer.
Lo osservava molto e apprezzava il suo gesto, diceva che era morbido, non era mai rigido e aveva il collo libero. Parole che avevo sempre sentito dire durante le sue lezioni.
Grazie Mestro!
Il suo allievo Carlo Moretti
Condividi la tua esperienza
È mio desiderio coinvolgere coloro che possono rappresentare Conrad Klemm attraverso racconti di esperienze vissute insieme a lui, siano esse professionali, di vita, affetti e condivisione di amicizie.
Sarà mia personale premura accogliere il racconto di chi lo ha incontrato, conosciuto e apprezzato.
Serena Klemm-Bussola